Il dipendente pubblico non ha diritto ad ottenere il rimborso delle spese legali sostenute per ragioni di servizio nel caso in cui non abbia comunicato all’amministrazione la pendenza del processo a suo carico, provvedendo, quindi, alla nomina del proprio difensore in modo del tutto autonomo e personale.

Questo il principio espresso dal Tar Reggio Calabria con la sentenza in commento.

Nel caso di specie un dipendente di un comune era stato rinviato a giudizio per il reato di peculato.

All’esito del giudizio, conclusosi con sentenza di assoluzione, il dipendente aveva chiesto all’ente di corrispondere al proprio difensore gli oneri legali, ai sensi dell’articolo 67 del d.p.r. 268/1987.

Tale norma (applicabile all’epoca dei fatti, oggi abrogata) postula, quale presupposto necessario dell’insorgenza del diritto al rimborso, il coinvolgimento iniziale dell’ente e quindi l’onere del dipendente di comunicare all’amministrazione la pendenza del procedimento in cui è coinvolto.

Ciò al fine di consentire all’amministrazione di valutare preventivamente l’insussistenza di un conflitto di interessi, a prescindere da una possibile futura assoluzione, nonché la qualificazione dei fatti o degli atti per cui si procede in sede giudiziaria, se direttamente o meno connessi all’espletamento del servizio e all’adempimento dei compiti d’ufficio.

La natura del diritto al rimborso è stata individuata quale espressione di un principio generale di difesa volto, da un lato, a proteggere l’interesse personale del soggetto coinvolto nel giudizio in uno all’immagine della p.a. per la quale quel soggetto agisce e dall’altro a confermare il principio cardine dell’ordinamento che vuole riferire alla sfera giuridica del titolare dell’interesse sostanziale le conseguenze derivanti dall’operato di chi agisce per suo conto.

Non a caso la legittimazione dogmatica del principio attinge alla teoria del mandato e trova ancoraggio positivo nella norma dell’articolo 1720 c.c., comma 2, secondo cui “il mandante deve rimborsare al mandatario le anticipazioni….. dal giorno in cui sono state fatte, e deve pagargli il compenso che gli spetta. Il mandante deve, inoltre, risarcire i danni che il mandatario ha subito a causa dell’incarico”.

I presupposti per l’insorgenza di questa speciale garanzia, prevista in favore dei dipendenti degli enti locali, sono costituiti, infatti:

a)      dal fatto che la commissione di fatti o atti addebitati al dipendente in sede penale siano direttamente connessi all’espletamento del servizio o all’adempimento dei compiti d’ufficio;

b)      dalla mancanza di una situazione di conflitto di interesse.

Tale modello procedimentale rimette alla valutazione ex ante dell’ente locale, con specifico riferimento all’assenza di conflitto di interessi, la scelta di far assistere il dipendente da un legale di comune gradimento.

L’onere della scelta di un legale di comune gradimento appare del tutto coerente con le finalità della norma perché, se il dipendente vuole che l’amministrazione lo tenga indenne dalle spese legali sostenute per ragioni di servizio, appare logico che il legale chiamato a tutelare tali interessi, che non sono esclusivi di quelli del dipendente, ma coinvolgono anche quelli dell’ente di appartenenza, debba essere scelto preventivamente e concordemente tra le parti (Consiglio di Stato, sent. n. 552/2007).

I giudici amministrativi hanno quindi respinto il ricorso presentato dal dipendente, in considerazione del fatto che lo stesso non solo non aveva rivolto al Comune istanza di assistenza legale o di assunzione degli oneri di difesa, ma non aveva neanche comunicato l’instaurazione del procedimento penale a suo carico.

Al riguardo, si evidenzia che l’articolo 67 del d.p.r. 268/1987, disciplinante la rimborsabilità delle spese legali sostenute da dipendenti comunali per procedimenti penali, è stato abrogato, a decorrere dal 6 giugno 2012, dall’articolo 62, comma 1, e dalla tabella A allegata al d.l. 5/2012.

Allo stato attuale, dunque, occorre quindi fare riferimento all’articolo 28 del C.C.N.L. di comparto del 14.09.2000 secondo cui “l’ente, anche a tutela dei propri diritti ed interessi, ove si verifichi l’apertura di un procedimento di responsabilità civile o penale nei confronti di un suo dipendente per fatti o atti direttamente connessi all’espletamento del servizio e all’adempimento dei compiti d’ufficio, assumerà a proprio carico, a condizione che non sussista conflitto di interessi, ogni onere di difesa sin dall’apertura del procedimento, facendo assistere il dipendente da un legale di comune gradimento. In caso di sentenza di condanna esecutiva per fatti commessi con dolo o colpa grave, l’ente ripeterà dal dipendente tutti gli oneri sostenuti per la sua difesa in ogni stato e grado del giudizio. La disciplina del presente articolo non si applica ai dipendenti assicurati ai sensi dell’art. 43, comma 1.

Anche tale disposizione, dunque, fa esplicito riferimento al requisito del “comune gradimento” che incombe sull’ente prima di assumere a carico del proprio bilancio ogni onere di difesa nei procedimenti di responsabilità civile e penale verso i propri dipendenti (in tal senso, Corte dei conti Campania, del. n. 266/2013).

In altri termini, al fine di contribuire alla difesa del suo dipendente imputato in un procedimento penale, l’ente è tenuto a valutare la ricorrenza dei seguenti presupposti:

  • l’esistenza di esigenze di tutela di interessi e di diritti facenti capo all’ente pubblico;
  • l’assenza di dolo e colpa grave in capo al dipendente sottoposto a giudizio;
  • la stretta inerenza del procedimento giudiziario a fatti verificatisi nell’esercizio ed a causa della funzione esercitata o dell’ufficio rivestito dal dipendente pubblico, riconducibili quindi al rapporto di servizio e perciò imputabili direttamente all’amministrazione nell’esercizio della sua attività istituzionale;
  • l’assenza di un conflitto di interesse tra il dipendente e l’ente di appartenenza che permette di procedere ad una nomina del difensore legale di comune accordo tra le parti (Corte dei conti, Sez. Veneto, delibera 5 aprile 2012, n. 245).

Con riferimento alla scelta del difensore, l’ente deve comunque preliminarmente manifestare il proprio “gradimento” (che implica anche la condivisione della relativa strategia difensiva) atteso che la lettera dell’articolo 67 del d.p.r. 268 del 1987 (ed oggi dell’art. 28 del CCNL di comparto), fa riferimento espresso alla necessità che il legale, che assumerà la difesa del dipendente con relativo onere a carico dell’ente locale, sia “di comune gradimento”.