In caso di trasferimento di un dipendente da un’Amministrazione ad un’altra deve essere assicurato il mantenimento del trattamento economico precedentemente percepito, mediante la corresponsione di un assegno ad personam.

Tale assegno, in occasione dei successivi miglioramenti contrattuali, deve essere riassorbito, non giustificandosi diversità di trattamento tra dipendenti, dello stesso ente, a seconda della precedente amministrazione di provenienza.

Questo il principio affermato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza in commento.

Nel caso di specie, un comune a seguito della decisione di affidare a privati il servizio di trasporto pubblico, aveva dato facoltà, al personale interessato dal servizio, di scegliere tra il passaggio alla dipendenze del gestore privato o il mantenimento del rapporto alle dipendenze del Comune con relativa applicazione, in quest’ultimo caso, del CCNL Enti Locali e reinquadramento giuridico in categorie equivalenti al livello ed al profilo posseduto.

Tale scelta, come evidenziato dalla Corte, aveva dato vita ad una situazione assimilabile, pur nell’immutabilità del soggetto datore di lavoro, a quella del passaggio alle dipendenze di un diverso datore di lavoro, atteso che i dipendenti interessati avevano visto modificata la propria posizione all’interno dell’ente (con assegnazione a settori diversi da quelli di provenienza), con contestuale novazione del contenuto dei contratti individuali, non più disciplinati dalla contrattazione del settore privato.

Un dipendente, titolare di assegno ad personam riconosciuto in ragione delle differenze retributive rispetto al precedente CCNL applicato, aveva presentato ricorso al fine di vedere riconosciuto il suo diritto a mantenere tale assegno nella misura determinata al momento del rienquadramento nell’ente, a prescindere dai successivi miglioramenti economici previsti in relazione al nuovo inquadramento.

Il punto centrale della questione ruota attorno all’interpretazione del principio di riassorbimento come previsto dall’articolo 2, comma 3 del d.lgs. 165/2001, secondo cui “I trattamenti economici più favorevoli in godimento sono riassorbiti con le modalità e nelle misure previste dai contratti collettivi e i risparmi di spesa che ne conseguono incrementano le risorse disponibili per la contrattazione collettiva“.

Secondo la Corte, è da ritenere corretta l’interpretazione fornita nella sentenza di appello, nel senso che tale norma detta un principio di carattere generale di riassorbimento dei trattamenti economici più favorevoli, demandandosi alla contrattazione collettiva solo la definizione delle modalità e della misura del detto riassorbimento.

Interpretazione, peraltro, pacificamente condivisa dalla giurisprudenza di legittimità, essendo consolidato l’orientamento secondo cui, nell’ambito del lavoro pubblico, nel caso di passaggio da una Amministrazione ad un’altra è assicurata la continuità giuridica del rapporto di lavoro e il mantenimento del trattamento economico precedente. Tuttavia, la garanzia di tale condizione, ove il trattamento in godimento risulti superiore a quello spettante presso l’ente di destinazione, opera nell’ambito della regola del riassorbimento degli assegni ad personam attribuiti al fine di rispettare il divieto di reformatio in pejus del trattamento economico acquisito, in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti per effetto del trasferimento, come ricavabile, attualmente, dall’articolo 31 del d.lgs. 165/2001 che richiama le regole dettate dall’articolo 2112 c.c. (Cass. Civ. Sentenze  nn. 12956/2005,  8693/2006, 8389/2006, 10449/2006, 55/2007, 2265/2007, 7520/2010, 23474/2010, 5097/2011).

Il criterio generale del riassorbimento, peraltro, opera in riferimento ai miglioramenti del trattamento economico complessivo dei dipendenti dell’Amministrazione di destinazione, e non rispetto a singole voci che compongono tale trattamento, in quanto solo in tal caso il sistema di riassorbimento, oltre a non essere in contrasto con le disposizioni legislative richiamate, è conforme al principio di cui all’articolo 36 Costituzione.

Infatti, come costantemente interpretato dalla giurisprudenza costituzionale, il principio della “proporzionalità ed adeguatezza della retribuzione va riferito non già alle sue singole componenti, ma alla globalità di essa” (Corte Cost. sentenze 141/1979; 470/2002; 434/2005) e quindi alle singole voci che compongono la retribuzione non può essere attribuito autonomo rilievo, a meno che ciò sia espressamente previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva.

Come osservato dalla Cassazione, la regola per cui il passaggio da un datore di lavoro all’altro comporta l’inserimento del dipendente in una diversa realtà organizzativa e in un mutato contesto di regole normative e retributive, con applicazione del trattamento in atto presso il nuovo datore di lavoro (articolo 2112 c.c. ), è confermata, per i dipendenti pubblici, dall’articolo 30 del d.lgs. 165/2001.

Detta disposizione, riconduce il passaggio diretto di personale tra amministrazioni diverse alla fattispecie della “cessione del contratto” (art. 1406 c.c.), stabilendo la regola generale dell’applicazione del trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi del comparto dell’Amministrazione cessionaria, non giustificandosi diversità di trattamento (salvi gli assegni ad personam attribuiti al fine di rispettare il divieto di reformatio in peius del trattamento economico acquisito) tra dipendenti, dello stesso ente, a seconda della provenienza (Cass. Civ. sentenze nn. 16185/2006, 19564/2006, 2265/2007).

Infatti, nell’ipotesi di passaggio di lavoratori ad una diversa PA, l’eventuale diversificazione del rispettivo trattamento economico richiede una specifica base normativa, in difetto della quale l’Amministrazione, ai sensi dell’articolo 45, comma 2 del d.lgs. 165/2001, deve garantire ai propri dipendenti parità di trattamento contrattuale e, comunque, trattamenti non inferiori a quelli previsti dai rispettivi contratti collettivi (Cass. 2 marzo 2011, n. 5097).

La Corte ha affermato che, nel caso di specie, trova applicazione il principio di riassorbimento da operare con riferimento ai miglioramenti del trattamento economico complessivo successivamente intervenuti.

A tal fine, non assume alcun rilievo il fatto dell’assenza di disposizioni contrattuali disciplinanti il riassorbimento delle eccedenze retributive verificatesi, eventualmente, nei passaggi del personale tra le varie Amministrazioni in quanto, come desumibile  dal combinato disposto degli articoli 2 e 69 del d.lgs. 165/2001, alla contrattazione collettiva è demandata solo la definizione delle modalità applicative di operatività del relativo principio.

Pertanto, stante l’inderogabilità della normativa che delinea i criteri generali cui deve conformarsi il trattamento economico dei pubblici dipendenti, nel cui ambito rientra il principio del riassorbimento, in difetto di specifiche disposizioni contrattuali si applicano le disposizioni legislative in materia, essendo comunque preclusa alla contrattazione collettiva la possibilità di escludere l’operatività del suddetto principio (Cass. Civ. sentenze nn. 27836/2009, 709/2012, 19299/2008, 5959/2012, 24949/2014).